Intervista a Beppe Facchini

Beppe Facchini, giornalista professionista freelance. Corrispondente da Bologna per Fanpage.it e RiciclaTv, direttore responsabile di Teatro Magazine e collaboratore del Corriere della Sera-Bologna e La7 (per la trasmissione Tagadà). In passato ha diretto Parmanews24 ed ha collaborato con la Gazzetta di Parma, AlaNews, Agenzia Vista, ParmaSera, Pubblico, Fps Media, Radio Città Fujiko, Pagina99 e L’altra Molfetta. Autore del libro “Elvio Ubaldi, la politica nel destino” (2014 Parma, Ed. Battei), vincitore nel 2015 del Premio Marco Nozza, giornalismo investigativo e d’informazione critica.

  

  1. È una sfida partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico?

Decisamente si, si tratta di temi spesso poco trattati, anche se da qualche tempo le cose pare che stiano cambiando. 

  1. Qual è la storia o il caso che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Sinceramente non saprei scegliere. Ho avuto la fortuna e la possibilità di raccontare tante storie forti. In quest’ultimo anno accedere nelle terapie intensive, in piena emergenza sanitaria, è stata probabilmente una delle esperienze più forti da quando ho cominciato a fare questo lavoro.

  1. Cosa può e/o deve essere oggetto di informazione?

La diversità, intesa come risorsa.

  1. La Comunicazione Sociale è un tema che trova spazio sulle testate?

Fortunatamente sempre di più, anche se il modo di raccontarla forse è ancora migliorabile.

  1. Quali gli effetti dei Mass Media e New Media sulla comunicazione sociale?

Spesso sono effetti positivi, rendono più veloce il diffondersi di storie incoraggianti e buone pratiche.

  1. Esistono parole “giuste” per trattare la Comunicazione?

Si, le stesse dei un corretto giornalismo. Spesso dimenticate. 

  1. Le notizie da divulgare e raccontare devono essere sempre nuove?

Sarebbe sempre meglio così.

  1. Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Vorrei poter dire che sono sempre servizi pubblici, ma purtroppo non è così.

  1. Che significa essere un buon giornalista?

Essere sempre curiosi, corretti e chiari.

Intervista a Greta Dircetti

Greta Dircetti è nata a Padova nel 1995 e si è laureata in Governo delle amministrazioni all’università di Padova, in triennale e in Mass media e Politica all’università di Bologna, in magistrale. È una giornalista praticante del XV biennio della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia e dal 2017 collabora con Il Giornale di Vicenza per la cronaca. Ha seguito anche le pagine di economia e spettacolo. È stata stagista presso l’associazione Scambi Europei per la parte social e per il comune di Bassano del Grappa come ufficio stampa. Ha seguito la campagna elettorale del comune di Forlì per la parte di comunicazione e gestione dei social. È membro del consiglio direttivo dell’associazione Fuori Onda, formata da ragazzi sotto i 30 anni che si occupano di fare divulgazione nelle scuole, ma organizzano anche eventi pubblici in cinema e teatri per coinvolgere la cittadinanza.

 

  1. È una sfida partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico?

Sicuramente è una sfida, ma allo stesso tempo è una facilitazione perché con una tematica molto vasta ed eterogenea ci si potrebbe perdere e non centrare il focus. 

  1. Qual è la storia o il caso che hai raccontato che ti ha segnato di più?

La storia che ho scelto di raccontare mi ha colpita molto per la vicinanza all’ente. Conoscevo la Fondazione e le persone che ci gravitano attorno e non è stato semplice scegliere una sola storia, perché ce n’erano davvero molto che avrei voluto far conoscere. Questo rispetto al Premio. Rispetto ad altri articoli e servizi che ho realizzato invece, non ne saprei scegliere uno soltanto. Ogni storia che ho raccontato mi ha lasciato qualcosa e quello che mi colpisce è sempre la fiducia o non fiducia che gli intervistati hanno nei confronti del giornalista. Non è tanto difficile scrivere una storia, quanto far in modo che l’interlocutore si fidi di te e si senta libero di parlare. 

  1. Cosa può e/o deve essere oggetto di informazione?

Tutto può essere oggetto di informazione, perché ci sono moltissime sfaccettature di una sola notizia, informazione e avvenimento. Qualcosa rientra in cronaca, sport o spettacolo, tutto può essere declinato anche perché se considerassimo notiziabile solo ciò che è utile allo spettatore/lettore, la scelta di cosa pubblicare sarebbe troppo soggettiva. Questo non significa però che tutto abbia la stessa importanza o che certi tempi non vadano trattati con particolare tatto e attenzione. 

  1. La Comunicazione Sociale è un tema che trova spazio sulle testate?

La comunicazione sociale non fa notizia, come ad esempio la cronaca, perciò lo spazio che le viene dedicato è marginale, a meno che non si inserisca o abbia un aggancio nella cronaca stessa. La comunicazione sociale è spesso declinata come pezzo speciale o approfondimento. Ha una sua collocazione specifica e uno spazio più o meno marginale all’interno delle testate, dipende dal tipo di testata e, come detto, dall’aggancio o meno con la cronaca. 

  1. Quali gli effetti dei Mass Media e New Media sulla comunicazione sociale?

Effetti positivi e negativi come per qualunque mezzo di comunicazione. Non è tanto lo strumento in sé, ma come lo si utilizza. M.M e N.M hanno sicuramente avvicinato lo spettatore/lettore a realtà che prima erano poco conosciute o del tutto sconosciute. Hanno utilizzato forme narrative e chiavi di lettura inedite, grazie alla flessibilità dello strumento: video, documentari, un mondo web in fermento, una comunicazione immediata. Le logiche di quello che è notiziabile sono però rimaste le stesse del pre-digital, perciò la comunicazione sociale si trova comunque ad avere problemi di spazi dove potersi inserire. 

  1. Esistono parole “giuste” per trattare la Comunicazione?

Esistono parole adeguate al contesto che stiamo raccontando. Ogni notizia ha il suo linguaggio specifico ed è importante conoscerlo. 

  1. Le notizie da divulgare e raccontare devono essere sempre nuove?

Dipende dallo scopo ultimo. Se l’obiettivo è quello di sensibilizzare su una questione specifica che esiste già da tempo, la notizia non potrà essere nuova. Può però essere trattata in modo nuovo, per aggiungere qualcosa alla narrazione, non stancare chi la fruisce e mantenere alta la soglia di attenzione su quel tema, su quella problematica. 

  1. Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Credo che dipenda dalla testata. Alcune sono dichiaratamente schierate a livello politico, altre a livello commerciale e di branding, non conta la notizia in sè, ma l’azienda che chiede di pubblicarla. Penso che sia legittimo farlo da parte di una testata, purchè venga reso palese al lettore. L’importante è che il lettore non venga ingannato e che la testata sia coerente con la linea che ha scelto. 

  1. Che significa essere un buon giornalista?

Saper trovare una storia e raccontarla nel modo più veritiero e coinvolgente possibile, ma non limitarsi a questa e trovare la notizia dentro la storia. 

  1. Come sei venuto a conoscenza del Premio?

Me ne ha parlato la direttrice della mia scuola di giornalismo.

Intervista a Giulia Diamanti

Giornalista professionista. Scrive principalmente per Primopiano. Si occupa anche di storie – quelle delle persone – e di economia, ma solo quella circolare.
È dipendente da tastiera, ma la narrazione che preferisce è quella raccontata attraverso l’obiettivo di una macchina. La videocamera le fa lo stesso effetto di una calamita al frigo: non riesce a staccarsi.
Laurea in Comunicazione-Lettere e Filosofia, Master in Giornalismo (Iulm).
Stage: Tgcom24 e La Repubblica. Collaborazioni: le più disparate.

 

  1. È una sfida partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico?

Per chi decide di approcciarsi a questo mestiere la sfida avviene ogni giorno. Provare a raccontare tematiche specifiche utilizzando termini semplici senza cadere in ragionamenti semplicistici o, al contrario, usando vocaboli tecnici scongiurando il rischio dell’incomprensibilità da tecnicismo, è sicuramente insidioso. Quando il tema è quello della salute allora le precauzioni non sono mai abbastanza. Ci sono almeno due responsabilità alle quali un giornalista che si occupa di comunicazione sulle malattie rare non può venire meno: evitare sensazionalismi e fornire un’informazione il più completa possibile che non crei false aspettative. Infine, l’ultima sfida è nascosta nei valori notizia. Se la rilevanza di un fatto è tanto maggiore quanto più grande è il numero di persone che la notizia coinvolge direttamente, allora come rendere notiziabile una storia sulle malattie rare che – per fortuna – non riguardano la maggioranza della popolazione? Semplice, perché la malattia sfiora ognuno di noi. In altre parole non sei malato raro finché non lo diventi.

  1. Qual è la storia o il caso che hai raccontato che ti ha segnato di più?

La storia che mi è rimasta più impressa per la forza della protagonista è stata quella di Lola Delnevo, climber costretta in sedia a rotelle dopo essersi rotta la colonna vertebrale in un incidente durante una scalata in Trentino. Lola ha il sorriso stampato sulla faccia e anche se le gambe non collaborano, non ha smesso di vivere la montagna come un tempo. Ha terminato l’ascesa a El Capitan in California ed è tornata a sciare, facendosi aiutare dagli amici. Come un Fitzcarraldo moderno ha spostato le montagne con la forza dei suoi sogni.

  1. Cosa può e/o deve essere oggetto di informazione?

Tutto PUO’ essere oggetto di informazione. Quello che non DEVE venire meno è il servizio pubblico. Il giornalista non deve mai dimenticare che il suo fine ultimo è l’utilità sociale e l’obbligo della verità per rispetto del lettore.

  1. La Comunicazione Sociale è un tema che trova spazio sulle testate?

L’obiettivo della comunicazione sociale è sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di un problema sociale. Il giornalista deve guidare la comunità in realtà sociali meno appetibili e più scomode e che perciò non sempre trovano spazio sulle testate.

  1. Quali gli effetti dei Mass Media e New Media sulla comunicazione sociale?

Il sistema dei Mass Media e New Media è talvolta accusato di veicolare messaggi e manipolare, anziché informare. Il compito del giornalista è quello di portare i fatti a conoscenza dell’opinione pubblica. Solo così, il lettore, adeguatamente informato, può costruirsi una propria opinione.

  1. Esistono parole “giuste” per trattare la Comunicazione?

Non esistono parole giuste o sbagliate nel giornalismo. Esistono quelle corrette. Joseph Pulitzer ha detto che le tre cose più importanti nel giornalismo sono: l’esattezza, l’esattezza, l’esattezza. Essere puntuali nella scelta dei vocaboli, maneggiarli con cura come si fa con la merce preziosa. Essere artigiani della parola non significa compiacersi del proprio esercizio di stile, ma vuol dire non cadere nel pressappochismo.

  1. Le notizie da divulgare e raccontare devono essere sempre nuove?

Le notizie da divulgare e raccontare non necessariamente devono essere nuove, ossia appena sfornate come un fatto di cronaca con la data di scadenza già predefinita. Ma devono avere all’interno una componente di novità: “la notizia è l’uomo che morde il cane, non viceversa”, avrebbe detto John B. Bogart, caporedattore del New York Sun.

  1. Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Oggi le testate sono più assimilabili a prodotti commerciali, che a servizi pubblici. La crisi del giornalismo è ormai un mantra e per “salvarsi” le testate hanno messo da parte quei valori alla base della professione, a scapito dell’immagine del giornalista sempre più screditata. Il giornalismo delle marchette e dell’embed social del personaggio noto di turno riuscirà forse a sopravvivere, ma è con la credibilità, la qualità e l’affidabilità che l’informazione potrà vivere ancora a lungo.

  1. Che significa essere un buon giornalista?

La caratteristica che fa del giornalista un buon professionista è quella di essere curioso. Ripulendo la parola dalla sua accezione più gossippara di ficcanaso, intendo quell’abilità che spinge ad andare oltre le apparenze, ad analizzare la complessità della realtà, a non accontentarsi. A non limitarsi ad andare dentro la notizia, ma a scovare anche dietro la notizia. Un buon giornalista deve essere chiaro e per farlo deve usare frasi semplici, e deve essere onesto. Il raggiungimento della verità giornalistica a cui è chiamato chi si affaccia al mestiere si ottiene con un certo limite di approssimazione rispetto alla verità assoluta, ma è l’onesta intellettuale ad assottigliare questo scarto.

  1. Come sei venuto a conoscenza del Premio?

Sono venuta a conoscenza del premio navigando sui siti dell’Fnsi e dell’Odg che hanno una sezione dedicata ai premi giornalistici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intervista a Sara Del Dot

Sara Del Dot nasce a Trento il 9 settembre 1991. Si diploma al liceo classico e si sposta a Bologna, dove consegue la laurea triennale in Lettere moderne e successivamente la magistrale in Scienze della comunicazione pubblica e d’impresa. Nel 2016 vince il premio Roberto Morrione per il giornalismo d’inchiesta con un lavoro sull’emergenza abitativa di Bologna. A Milano frequenta il master in Giornalismo presso la Scuola Walter Tobagi, grazie al quale ha occasione di effettuare esperienze lavorative in redazioni come Class Life e News Mediaset. Iscritta all’albo dei professionisti dall’estate del 2019, attualmente lavora per Ohga, testata online di Ciaopeople editore, in cui si occupa di salute, ambiente e di tematiche legate al mondo del sociale.

 

  1. È una sfida partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico?

Partecipare a un premio con un tema così specifico è una sfida, certo, perché spinge a misurarsi con un genere di comunicazione che coinvolge prima di tutto gli esseri umani. Ritengo anche che sia un modo interessante di riunire e conoscere il lavoro di giornalisti che si occupano di questi temi, raccogliendo storie e tematiche edificanti per tutti. Il mondo ne ha davvero bisogno.

  1. Qual è la storia o il caso che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Ogni volta che qualcuno mi permette di accedere alla sua storia personale, alla sua vita, alla sua casa, al suo vissuto lascia in me un segno indelebile. Sono questi momenti che rendono il luogo in cui ci muoviamo un posto più accogliente e più umano. Dobbiamo rendere onore a queste possibilità e fare il nostro lavoro nel modo migliore possibile, con tutta la sensibilità di cui disponiamo. 

  1. Cosa può e/o deve essere oggetto di informazione?

Credo che prima di tutto venga l’individuo, l’essere umano. L’oggetto di informazione deve essere tutto ciò che può migliorare la sua condizione, sia esso una denuncia o un modello virtuoso da cui prendere ispirazione. 

  1. La Comunicazione Sociale è un tema che trova spazio sulle testate?

Potrebbe averne sicuramente di più, ma siamo sulla buona strada.

  1. Quali gli effetti dei Mass Media e New Media sulla comunicazione sociale?

 La consapevolezza che raccontare situazioni anche di fragilità o di paura, di difficoltà ma anche di speranza significa rappresentare ciò che sta attorno a noi ogni giorno, tutto il giorno, ma che semplicemente spesso non riusciamo (o non vogliamo) vedere.

  1. Esistono parole “giuste” per trattare la Comunicazione?

Le parole sono importantissime! Sono il codice su cui si basano le nostre interazioni e soprattutto la nostra professione. Saper comunicare nel modo giusto significa utilizzare le parole giuste.

  1. Le notizie da divulgare e raccontare devono essere sempre nuove?

Credo che una stessa storia possa essere raccontata in tanti modi diversi. La vera sfida è saperne raccontare ciò che può davvero insegnare e trasmettere qualcosa.

  1. Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici? 

Non penso esista una risposta netta a questa domanda. Sicuramente sono entrambi. La cosa importante è riuscire a equilibrare il ruolo di servizio pubblico con le necessità commerciali per consentire ai contenuti di qualità di emergere sugli altri.

  1. Che significa essere un buon giornalista? 

Dal mio punto di vista, un buon giornalista dà voce a chi non ha voce, racconta la realtà per come è senza forzature, capisce quando qualcosa non va e cerca di dare il suo contributo per migliorare una vita, una realtà, un problema. 

  1. Come sei venuto a conoscenza del Premio?

Anni fa, tramite passaparola tra giornalisti interessati a questi temi.

Intervista a Giulia Dallagiovanna

Giulia Dallagiovanna si occupa di salute Ohga.it, un magazine attento all’informazione scientifica autorevole e di qualità. Ci è arrivata dopo una laurea in Lingue e Letterature Europee e Americane all’Università di Pavia e un master alla Scuola di Giornalismo Walter Tobagi di Milano. Ha scritto per TgCom24.it e The Post Internazionale. Adesso approfondisce argomenti di medicina e alimentazione, cercando di integrare le storie delle singole persone con la spiegazione di uno specialista (e viceversa), in modo che chi legge possa farsi un’idea completa e concreta di cosa significhi convivere con malattie poco conosciute, quando non addirittura rare.

 

  1. È una sfida partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico?

 Sì, sicuramente è una sfida. Non tanto perché il tema è particolarmente specifico, quanto più perché non è semplice raccontare storie di persone affette da malattie rare cercando di comunicare cosa significhi conviverci ogni giorno, cosa provino al di là di qualsiasi pietismo e quali siano i loro reali bisogni. 

  1. Qual è la storia o il caso che hai raccontato che ti ha segnato di più?

 Sicuramente le storie contenute in questo articolo (Una vita di infezioni e ricoveri: la sindrome da Iper IgM e uno studio italiano che dà speranza) mi hanno segnato. Bambini che assumono farmaci quasi quotidianamente e fin dai primi anni di vita, madri che convivono con una terribile domanda “potrebbe essere colpa mia?”, e la consapevolezza che, nei casi più gravi, l’aspettativa di vita potrebbe rivelarsi davvero molto breve. Ma sicuramente quello che più mi ha colpito è stata la dignità e la totale assenza di lamentele con la quale queste due famiglie hanno affrontato e continuano ad affrontare una simile esperienza.  

  1. Cosa può e/o deve essere oggetto di informazione?

Quando si parla di questi argomenti, credo che oggetto di informazione debba essere la malattia in sé: il fatto che esista prima di tutto e poi un esempio concreto di cosa significhi doverci avere a che fare tutti i giorni. É la ragione per cui su Ohga uniamo sempre la voce di uno o più specialisti a quella dei pazienti. Solo così il lettore può rendersi davvero conto di tutto ciò che comporta una diagnosi di malattia rara.  

  1. La Comunicazione Sociale è un tema che trova spazio sulle testate?

 Credo che la comunicazione sociale esista e si sia ritagliata uno spazio sulle testate giornalistiche. Ma non è detto che venga sempre portata avanti nel modo migliore. A volte si utilizzano le storie per toccare la parte più emotiva del lettore, con il rischio che si finisca quasi per raccontare una favola, più o meno a lieto fine. Inoltre, la comunicazione sociale deve un po’ sgomitare per farsi spazio tra tutte le altre notizie e gli altri argomenti di una singola testata. 

  1. Quali gli effetti dei Mass Media e New Media sulla comunicazione sociale?

I Mass Media possono avere un effetto positivo, perché possono fungere come cassa di risonanza proprio per storie o problematiche che altrimenti rischierebbero di non riscuotere sufficiente attenzione. Come ho detto prima, però, il rischio è quello di puntare più sulle emozioni che un racconto o una notizia possono risvegliare, piuttosto che sul problema in sé.  

  1. Esistono parole “giuste” per trattare la Comunicazione? 

Credo che sia molto importante trovarle, le parole giuste. E che queste dovrebbero adattarsi sempre alla storia o al contesto che vanno a descrivere. Non credo esista una sorta di glossario da seguire, ma sicuramente ci sono termini di cui si tende ad abusare. Un esempio è sicuramente “eroe”. 

  1. Le notizie da divulgare e raccontare devono essere sempre nuove? 

Quando si parla di notizie vere e proprie, e quindi di attualità, sì, credo che debbano essere nuove. Ciò non toglie però che non si dovrebbe rincorrere la notizia a scapito del contenuto. E quindi è meglio lasciar passare un giorno in più, ma raccontare meglio un avvenimento, piuttosto che avere fretta di pubblicare e rischiare di risultare troppo superficiali. Purtroppo, non sempre è possibile ragionare in questo modo. 

  1. Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici? 

Secondo me le testate sono e devono continuare a essere servizi pubblici. Purtroppo, però, la logica di mercato esiste anche in questo settore e la necessità di fare numeri a volte può offuscare quella di pubblicare contenuti di qualità.  

  1. Che significa essere un buon giornalista? 

Difficile rispondere a questa domanda. Mi hanno sempre detto che essere un buon giornalista significhi sapersi fare e saper porre le giuste domande. Sono d’accordo con questa affermazione e credo, in generale, che un buon giornalista sia chi guarda a un fatto e si fermi un attimo a riflettere, per saper trovare la giusta distanza con la quale raccontarlo.  

  1. Come sei venuto a conoscenza del Premio?

 Conoscevo già il Premio Giornalistico Alessandra Bisceglia, perché avevo incrociato il bando qualche volta senza mai partecipare. L’ho conosciuto inoltre attraverso la mia collega, Sara Del Dot, che lo scorso anno ha partecipato.

Intervista a Ottavio Cristofaro

Ottavio Cristofaro è laureato in Scienze della Comunicazione e specializzato con Laurea di specializzazione in Comunicazione e Multimedialità presso l’Università degli Studi di Bari con il massimo dei voti. Giornalista e scrittore opera nel campo dell’organizzazione di uffici stampa sia in ambito culturale e con particolare riferimento al campo politico con esperienze nazionali, regionali e locali. È direttore del portale web Lo Stradone ed è stato direttore di Puntoradio. Gode di diverse esperienze da docente formatore, sia presso istituti superiori secondari che presso istituzioni accademiche. È senior advisor per le imprese sotto il profilo della comunicazione aziendale. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche ed è giornalista per La Gazzetta del Mezzogiorno.

 

  1. È una sfida partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico?

La vera sfida, in realtà, è quella di restituire quotidianamente una dimensione umana alla nostra attività giornalistica. Dietro ogni storia che raccontiamo ci sono sempre delle persone, con le loro vite e le loro famiglie. Quella della dimensione sociale è un’attenzione che il giornalismo deve porre sempre al centro del proprio agire. 

  1. Qual è la storia o il caso che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Ho avuto la fortuna di raccontare la storia del Capitano dei Carabinieri “Ultimo”, con i suoi risvolti umani e sociali, oltre alle questioni già note più legate ai fatti di cronaca e mafia. 

  1. Cosa può e/o deve essere oggetto di informazione?

Potenzialmente lo è tutto. Compito del giornalista è quello di tenere sempre a mente i criteri di utilità sociale e rilevanza pubblica che dovrebbero guidare l’azione professionale. Nel settore della comunicazione sociale, invece, il compito è più difficile, in quanto diventa fondamentale la capacità di essere integrati all’interno dei territori, e qui diventa fondamentale il ruolo delle fonti di prima mano. 

  1. La Comunicazione Sociale è un tema che trova spazio sulle testate?

Credo però che ci sia un cambio di marcia in merito, con un’attenzione maggiore su questi temi, che però necessitano anche di una adeguata formazione continua per gli operatori dell’informazione. 

  1. Quali gli effetti dei Mass Media e New Media sulla comunicazione sociale?

A mio avviso rappresentano una marcia in più, in quanto hanno la possibilità da un lato di facilitarne la diffusione, dall’altro – soprattutto i social network – contribuiscono ad allargare la platea di fonti da cui poter attingere a questo genere di informazione. 

  1. Esistono parole “giuste” per trattare la Comunicazione?

Accuratezza, Brevità, Completezza: è questo l’ABC della comunicazione giornalistica. Per il resto non credo ci siano parole “giuste” o “sbagliate”. 

  1. Le notizie da divulgare e raccontare devono essere sempre nuove?

Non per forza. L’importante è sempre il racconto di quella notizia, il contesto in cui si svolge e talvolta è importante anche l’autorevolezza di chi le racconta. 

  1. Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Una cosa non esclude l’altra. Possiamo dire che sono sia prodotti commerciali che servizi pubblici. Alcune testate scelgono di essere solo prodotti commerciali, ma credo che nel lungo periodo questa non sia mai la scelta giusta. 

  1. Che significa essere un buon giornalista?

Il buon giornalista è una persona curiosa, che sa mettere da parte i pregiudizi personali, disposto a studiare e non smettere mai di imparare. Lo scorso anno ero a una lezione con dei bambini di scuola materna. A loro ho rivolto questa stessa domanda. Mi ha risposto Tommaso, un bambino di quasi 5 anni, il quale mi ha detto che “i giornalisti raccontano il mondo”. La sua purezza e la sua ingenuità mi hanno fatto capire che questa è la definizione più bella che si possa dare a questo mestiere. 

  1. Come sei venuto a conoscenza del Premio?

L’ho conosciuto l’anno scorso, attraverso il sito dell’ordine dei giornalisti della Puglia.

Intervista Ludovica Criscitiello

Ludovica Criscitiello è giornalista professionista dal 2011 e videomaker da due anni. Vive a Firenze dove scrive articoli, gira e monta video per La Nazione. Ha lavorato come addetto stampa a Roma per alcune associazioni e si muove da sempre nel campo della comunicazione. Si è laureata in Comunicazione d’Impresa e ha fatto il master di giornalismo a Napoli per iscriversi all’albo dei professionisti. A questo ha aggiunto anche i video perché si è convinta che una buona dose di immagini unita alla scrittura può fare davvero tanto. Trai temi di cui adora parlare, quelli sulla diversità e l’inclusione hanno la precedenza. Crede che lo scopo per fare del buon giornalismo sia quello di dare voce a chi, come Elisa Vavassori, nel suo piccolo fa qualcosa di grande, che può insegnare e ispirare anche altri. Raccontare storie che valgano la pena: è questa la mission di un giornalista.

 

1. È una sfida partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico?

Credo che sia una sfida riuscire a saper raccontare con le parole giuste e la sensibilità adeguata temi così delicati. Come mi ha detto una volta una persona che ho intervistato “Determinate situazioni vanno raccontate con il cuore”.

2. Qual è la storia o il caso che hai raccontato che ti ha segnato di più?

In realtà è stata proprio la storia di Elisa Vavassori a colpirmi tanto. Sono l’impegno e la determinazione di questa persona ad essermi rimasti dentro perché nonostante la vita le abbia reso le cose davvero difficili, lei è riuscita a imporsi e a decidere del suo destino, molto più di tante persone (inclusa me stessa). E quando ho letto del premio ho pensato di proporre proprio questa perché ci tenevo a far conoscere Elisa.

3. Cosa può e/o deve essere oggetto di informazione?

Per me informare significa soprattutto denunciare quello che non va perché è attraverso gli organi di stampa che le istituzioni possono ricevere gli input giusti per poter agire di conseguenza. Ma significa anche al contempo mettere in luce gli aspetti positivi di qualunque realtà come quella di una ragazza che nonostante la malattia trova il coraggio di reagire e aiutare chi ha il suo stesso problema. O di chi vive in contesti di criminalità e delinquenza ma ha scelto una strada diversa.

4. La Comunicazione Sociale è un tema che trova spazio sulle testate?

Molto poco e infatti con Luce! che è questo canale nuovo della Nazione si cerca di dare spazio proprio a temi che normalmente vengono messi da parte: l’inclusione e la diversità in tutti gli ambiti.

5. Quali gli effetti dei Mass Media e New Media sulla comunicazione sociale?

Se utilizzati bene possono favorire la diffusione di una maggiore consapevolezza su questi temi.

6. Esistono parole “giuste” per trattare la Comunicazione?

Si certo. Spesso noi giornalisti ce ne dimentichiamo, ma per indicare determinate categorie ad esempio esistono parole che devono essere usate per garantirne il rispetto come la locuzione “persone con disabilità” perché, come mi ha spiegato anche Elisa, i disabili sono prima di tutto persone. Come ogni potere anche quello delle parole è potente e, se usato nel modo sbagliato, inculca idee sbagliate nella mente delle persone.

7. Le notizie da divulgare e raccontare devono essere sempre nuove?

Non necessariamente, è possibile anche trattare argomenti di cui si è già parlato partendo da punti di vista differenti.

8. Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Dovrebbero essere servizi pubblici, ma spesso purtroppo prevalgono interessi privati per motivi puramente economici e politici.

9. Che significa essere un buon giornalista?

Scegliere temi di cui non si parla per dare loro il giusto spazio e verificare sempre la veridicità di quello che si scrive per evitare di arrecare danni.

10. Come sei venuto a conoscenza del Premio?

Lo conosco da molti anni ma aspettavo la storia giusta per partecipare.

Intervista a Caterina Caparello

Giornalista pubblicista dal 2015, nel 2012 si è laureata in Lettere Classiche presso l’Università La Sapienza di Roma. Dopo il trasferimento a Pavia, nel 2017, ha collaborato con la testata locale La Provincia Pavese occupandosi di cronaca, cultura e sport. Nel frattempo, si è occupata di tennis e basket presso delle riviste online e cartacee nazionali specializzate. Attualmente collabora da freelance con il Corriere della Sera nella sezione Cronaca Milano e Il Bello dell’Italia assieme ai blog La 27esima ora, Marilyn, Giornalisti nel pallone e Invisibili. Sempre da freelance, collabora anche con il quotidiano Domani e il magazine di basket femminile Pink Basket.  

 

  1. È una sfida partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico?

Assolutamente. È una sfida che mi porta ad una riflessione: veniamo costantemente bombardati da notizie che arrivano da tutte le parti, le apprendiamo superficialmente e poi, il giorno dopo, passiamo automaticamente ad altre con le stesse modalità. Premi come questo, invece, portano a fermarsi, ad analizzare determinate tematiche e a farle davvero nostre. Ma soprattutto a divulgarle meglio.

  1. Qual è la storia o il caso che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Sicuramente la storia che ho presentato per il Premio è fra queste. Mi riguarda da vicino, specie sapendo come, da calabrese, la mia sia una regione data per scontata. Assieme a lei, l’intervista alla meravigliosa giocatrice di pallacanestro in carrozzina, Beatrice Ion, oppure il report sulle aberranti mutilazioni genitali femminili che ancora oggi subiscono giovanissime donne, divulgato dall’Associazione AIDOS. Sono storie e casi di cui sento il bisogno di parlare ancora.

  1. Cosa può e/o deve essere oggetto di informazione?

La società e i suoi bisogni devono essere sempre al centro dell’informazione, perché riguarda ogni singolo individuo. Noi siamo la società. Parlare con le persone e raccontare le problematiche sociali è fondamentale. Personalmente, mi occupo anche dei diritti delle donne e delle questioni di genere nello sport, tematiche che vengono facilmente messe da parte e dimenticate, subito dopo le giornate a loro dedicate. Ecco, sono necessari dei riflettori continui.

  1. La Comunicazione Sociale è un tema che trova spazio sulle testate?

Esistono testate che dedicano delle sezioni apposite. Al di fuori di queste, è un tema che si trova spesso associato alla denuncia e immediatamente ignorate. La Comunicazione sociale invece deve essere continuamente alimentata, deve servire sì ad aprire gli occhi su quello che non va, ma anche (e soprattutto) ad avvicinare le persone verso realtà di cui, senza un’onesta e vera informazione, non si saprebbe nulla. Conoscere associazioni, ricerche scientifiche e iniziative, allontana il pensiero di essere soli.

  1. Quali gli effetti dei Mass Media e New Media sulla comunicazione sociale?

Tutto sta nel come viene presentata la Comunicazione sociale. Mass media e new media possono dare davvero una grossa mano, a patto che il linguaggio sia onesto e rispettoso, che porti verso una reale conoscenza e non a vie patetiche o sensazionalistiche senza fondamento. La Comunicazione sociale è una tematica seria, da cui dipende non solo il lavoro, ma anche il futuro di donne, uomini, bambine e bambini.

  1. Esistono parole “giuste” per trattare la Comunicazione?

Bisogna usare ovunque le parole giuste. In qualsiasi ambito della vita. È vero che le parole feriscono più della spada ed è anche vero che la lingua, come il tempo, è in continuo mutamento. Proprio per questo, sin dalle scuole di ogni ordine e grado, sono necessarie parole che portino all’inclusività, alla parità e al rispetto.

  1. Le notizie da divulgare e raccontare devono essere sempre nuove?

Il principio di notizia “fresca” è tra i concetti fondamentali del giornalismo. Ma la novità spesso sta anche nel ritornare su quelle notizie che servono da sentinella. Tornare su una notizia, soprattutto nell’ambito della Comunicazione sociale, significa ribadirne la presenza. Il giornalista deve conoscere il nuovo, ma anche controllare il precedente.

  1. Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Ci troviamo davanti a un periodo di profonda crisi, anche identitaria, del giornalismo. Il lato economico è importante perché il giornalismo è un lavoro (e spesso lo dimentica anche chi è del settore), ma quello che sta cambiando è l’approccio al lavoro, che deve essere volto ad un’informazione corretta e coerente. Le testate sono quindi sia prodotti commerciali che servizi pubblici, proprio perché devono garantire la dignità di chi lavora e la qualità per chi legge.

  1. Che significa essere un buon giornalista?

Significa avere la consapevolezza delle proprie responsabilità. Troppo spesso assistiamo a scenari in cui sono assenti sia l’onestà intellettuale che le responsabilità di chi scrive. Occuparsi di una qualsiasi tematica, nel giornalismo, significa fare di tutto affinché si possa dare la più corretta informazione possibile. Lavorare con le parole non significa giocarci o trattarle con superficialità.

  1. Come sei venuto a conoscenza del Premio?

Conoscevo già il Premio nelle sue precedenti edizioni, tramite vari Ordini regionali, e gli articoli presentati. È un piacere e un’emozione l’essermi candidata.

 

Intervista a Gabriella Cantafio

Gabriella Cantafio è nata a Crotone il 28 agosto 1986. Laureata in Comunicazione Sociale presso l’Università degli Studi di Messina con Master in Economia e Gestione della Comunicazione e dei Media presso l’Università di Roma Tor Vergata. Giornalista, scrive di attualità e cultura su testate nazionali (Vanity Fair, Il Foglio, Il Giornale sezione OFF, Il Fatto Quotidiano). Collabora con aziende dei settori food e luxury (maison orafa Gerardo Sacco e Mulinum, la più grande startup agricola nata sul web) in qualità di addetto stampa. Dal 2012, collabora con il mondo associazionistico, nello specifico con il Consorzio di cooperative sociali Jobel di Crotone, alternando contratti a progetto a collaborazioni volontarie, sempre nell’ambito della comunicazione. Appassionata di libri, organizza eventi culturali. Giurata del Premio Letterario Caccuri nelle edizioni 2017-2018.

 

 È una sfida partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico?

Più che una sfida, per me, rappresenta un tassello del mio impegno quotidiano nell’approfondimento e racconto di tematiche sociali.

 Qual è la storia o il caso che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Oltre alla bella storia di integrazione e resilienza grazie allo sport, che propongo per il vostro premio, un paio di mesi fa ho avuto l’onore di intervistare Fabio Cantelli, durante il lancio della serie SanPa su Netflix. Ammetto che, piuttosto che un’intervista, è stato un momento di crescita esistenziale, ricco di spunti di riflessione su tematiche quali la dipendenza e la libertà, con pillole di psicologia e filosofia.

Cosa può e/o deve essere oggetto di informazione?

In generale, deve essere oggetto di informazione qualsiasi notizia di interesse pubblico. Nel campo della comunicazione sociale, è molto importante dare un segnale e sensibilizzare su tematiche socio-culturali attuali, magari anche raccogliendo storie/testimonianze significative.

 La Comunicazione Sociale è un tema che trova spazio sulle testate?

Purtroppo non sempre, però io, a seguito dei miei studi, della mia collaborazione con il mondo associazionistico e della mia innegabile sensibilità, cerco di trovare sempre un piccolo spazio, anche su testate che non si occupano prettamente di comunicazione sociale.

 Quali gli effetti dei Mass Media e New Media sulla comunicazione sociale?

Se utilizzati bene possono aiutare a divulgarla, ma, spesso, rischiano di banalizzarla.

 Esistono parole “giuste” per trattare la Comunicazione?

Più che di parole giuste, che sembrano interessare maggiormente in ottica SEO e similari, per trattare la comunicazione c’è bisogno di valori “giusti”.

Le notizie da divulgare e raccontare devono essere sempre nuove?

Certo, il compito di noi giornalisti, soprattutto di noi impegnati nell’ambito sociale e culturale, è proprio quello di “scovare” sempre nuove notizie/storie che possano contribuire ad attivare un cambiamento o una presa di coscienza nella società.

Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Purtroppo, spesso, alcune testate badano troppo al business dei like o delle cosiddette “marchette”, ma fortunatamente esistono ancora testate degne di essere definite tali, basate su etica e onestà intellettuale.

Che significa essere un buon giornalista?

 A mio modesto parere, passione, curiosità, competenza, onestà intellettuale e attendibilità sono i valori fondamentali di un buon giornalista.

Come sei venuto a conoscenza del Premio?

Ho appreso del vostro Premio sul sito www.giornalistitalia.it

Intervista a Maria Letizia Camparsi

Maria Letizia Camparsi ha 24 anni nata a Verona, anzi, a Chievo per la precisione. Ha studiato Lettere Moderne all’Università di Bologna e ha frequentato l’Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino, dove ha svolto il praticantato. Attualmente collabora come giornalista videomaker per il Fatto Quotidiano. Prima di questo, ha fatto esperienza nelle redazioni di Repubblica, Radio Capital e San Marino RTV.

 

 È una sfida partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico?

È sicuramente una sfida, ma credo che il giornalismo in generale sia una sfida, vista la tipologia di lavoro e il periodo storico in cui lo stiamo svolgendo. Personalmente, adoro le sfide per cui ho accettato volentieri. E poi, mi piace molto raccontare storie, soprattutto quelle che danno voce a chi solitamente non viene ascoltato.

 Qual è la storia o il caso che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Proprio quella con cui mi sono candidata. Mi sono sentita investita di una grande responsabilità: far conoscere la realtà di Porta Pazienza, uno dei progetti più belli di cui sono venuta a conoscenza. Senza fini di lucro, ma con il solo fine di aiutare le persone più svantaggiate a integrarsi, divertirsi e condurre una vita dignitosa e piena di soddisfazione. Tutto questo rischiava di scomparire a causa del Covid e io mi sono sentita in dovere di raccontare la loro storia e magari spingere qualcuno ad aderire alla loro raccolta fondi e permettere loro di reinventarsi.

 Cosa può e/o deve essere oggetto di informazione?

Tutto ciò che possa arricchire le persone. Le notizie di attualità, raccontate in modo oggettivo, per permettere a tutti di sapere cosa succede nel mondo. Ma anche approfondimenti per capire le ragioni profonde degli eventi e dei cambiamenti. E poi le storie, che raccontano di gente “normale” come noi.

 La Comunicazione Sociale è un tema che trova spazio sulle testate?

 Relativamente. O meglio, dipende dalle testate. Personalmente in tutte le redazioni in cui ho lavorato è stato dato sempre molto spazio alla Comunicazione Sociale, dimostrando una particolare sensibilità, che io ho molto apprezzato. Ho realizzato diversi articoli, servizi e interviste sul tema.

 Quali gli effetti dei Mass Media e New Media sulla comunicazione sociale?

 C’è un effetto positivo e uno negativo. Quello positivo è che con i nuovi strumenti di comunicazione è possibile raggiungere tantissime persone, molte più di quelle che venivano raggiunte vent’anni fa. Dall’altra parte c’è il rischio che alcune storie di persone svantaggiate vengano strumentalizzate a favore della spettacolarizzazione.

 Esistono parole “giuste” per trattare la Comunicazione?

 Non proprio. Ogni giornalista esprime in qualche modo la sua sensibilità quando scrive, per cui non ci sono delle regole ferree o parole giuste da usare, se non il limite del rispetto.

 Le notizie da divulgare e raccontare devono essere sempre nuove?

 Non per forza. Si può approfondire o analizzare da una nuova prospettiva un tema già trattato, ma che rimane comunque di interesse comune. Oppure si può raccontare l’evolversi di una storia già raccontata.

 Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

 Temo che dal punto di vista dei direttori o dei contabili siano soprattutto dei prodotti commerciali che devono vendere. Io difendo ancora la mia visione romantica del giornalismo, che è prima di tutto un servizio pubblico, per la comunità. Mentre realizzo un servizio o scrivo un articolo penso costantemente all’effetto che possa avere su chi lo vedrà o leggerà, se lo arricchirà in qualche modo, se gli servirà. Non scrivo o giro per me, ma per chi mi legge o vede.

 Che significa essere un buon giornalista?

 Significa mantenere la barra dritta e non farsi sbilanciare da pressioni di qualunque tipo. Significa lavorare come la nostra deontologia ci impone. Significa avere il coraggio di raccontare tutto quello che succede, anche se può essere scomodo per qualcuno. Significa tornare a casa alla sera ed essere orgogliosi di quello che si è fatto durante la giornata.

 Come sei venuto a conoscenza del Premio?

 Grazie alla Scuola di giornalismo che ho frequentato, che ha gentilmente inviato a me e tutti i miei ex colleghi il bando di questo Premio Giornalistico.